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Non c'è niente di peggio dei normodotati gravi

Lun 28 Apr 2008, 16:11 Da Claudio Imprudente

Mercoledì, 26 Marzo 2008
city

L’Intervista

La vita in 5 date:

1960
Claudio Imprudente nasce a Bologna, il 19 marzo.

1981
Nasce, a Bologna, il centro Documentazione Handicap, di cui Claudio è presidente
(www.accaparlante.it).

1982
Fonda, con altre due famiglie, la comunità di affido per minori Maranàtha. E l’Italia vince i mondiali di calcio!

2003
Nell’anno europeo delle persone disabili, pubblica “Una vita imprudente” (ed. Erickson), la sua autobiografia. In tutto ha scritto 8 libri, tra cui anche fiabe per bambini.

2005
La finale di Champions Milan Liverpool. Al primo gol ho chiesto a un amico di aprire le finestre, al secondo di metter fuori lo stereo, al terzo di mettere la canzone dei Queen “We are the champions” e ho iniziato a mandare sms a tutti. Poi ho dovuto ritirare tutto e spegnere il telefono, cosa che non faccio mai…che tristezza...

Non c’è niente di peggio dei normodotati gravi

Claudio Imprudente È presidente del Centro Documentazione Handicap di Bologna, scrive libri, è giornalista, tiene conferenze. Per farlo compone le parole lettera per lettera, indicandole con gli occhi su una tavoletta.
Ma non chiamatelo fenomeno…

La sua è una vita sorprendente: nonostante il suo deficit, svolge moltissime attività…


Sì, ma smentiamo il concetto che se un disabile fa qualcosa è un fenomeno! Io non mi ritengo più coraggioso o forte di nessun altro. Certo, per uno esterno l’idea può essere: “Se fossi messo così, me ne starei a letto”.

O anche qualcosa di peggio.

Esatto.
Io so bene che il mio deficit non mette subito a proprio agio le persone. Allora cerco di mettercele io, a proprio agio: così nasce una relazione alla pari. Il che non è affatto scontato, perché l’immagine che abbiamo di un rapporto con una persona con deficit è a senso unico: tu mi dai una mano, io ricevo un aiuto. Questa però è un’azione, non una relazione. Bisogna cambiare l’idea della persona disabile: da oggetto di cura a soggetto di relazione.

Per questo, nei suoi libri, chiede anche di cambiare il vocabolario: da dis-abili a divers-abili.

Un termine, di per sé, è un contenitore vuoto. Ma a me interessa il “qualcosa” con cui lo si riempie. È una questione di sguardo: se parti da ciò che non riesco a fare, se ti aspetti che io parli con la voce, allora sei un po’ frustrato. Ma se parti dalle abilità che ho, scopri molte cose. Ad esempio, che muovo gli occhi benissimo.

A proposito: come ha ideato questo modo di comunicare?

Semplice: io sono andato a scuola fino alle superiori, dove ho imparato a leggere e scrivere come tutti. All’inizio segnavo le lettere con la mano su una tavoletta di legno: ma ci mettevo il triplo del tempo, perché le mani le muovo male. A 20 anni, io e un mio amico, ci siamo accorti che prima che con la mano, le lettere le indicavo con gli occhi. E abbiamo trovato questo strumento nuovo. Vede? La creatività può superare l’handicap. Il mio deficit rimane, ma è cambiato il mio handicap!

Che cosa prova sentendo che quello che legge diventa voce?

Sa, ormai sono talmente abituato ad avere voci diverse – di uomo, di donna…

Ci si abitua, invece, agli sguardi degli altri? C’è qualcosa che le dà fastidio?

Le faccio un esempio. Ora, in questo bar, ci saranno una ventina di occhi. Tutti puntati su di me: anzi, sulla mia diversità. Ma mi chiedo: di chi è il problema? Mio o loro? Perché io sono a mio agio, come vede. Quindi, se un problema c’è, è loro! Sa come chiamo coloro per i quali sono un problema?

Come?

Normodotati gravi. Sono quelli che non riconoscono le abilità diverse, che hanno paura di entrare in relazione con la diversità. Il Parlamento è un concentrato di normodotati gravi: ma ci vuol pazienza…

Lei, col Progetto Calamaio, gira per le scuole per educare alla diversità. Qual è il pubblico meno “normodotato grave”?

Ci tengo a precisare che non sono solo io a fare queste attività: c’è un gruppo, di circa 40 animatori –diversabili e normodotati – del Centro documentazione handicap. Anzi, loro girano più di me! Comunque, più l’età è bassa, meno grave è il normodotato. I bimbi sono più spontanei, anche se io preferisco lavorare con gli adolescenti. Mi piace combattere la malattia dei normodotati!

Per farlo, scrive nei suoi libri, serve usare anche la seduzione. Che cosa intende?

Seduzione significa “attirare a sé”, far diventare interessante qualcosa. La disabilità di per sé è poco seducente. La seduzione è associata a frutti come la fragola, mentre la disabilità è come una noce: dura, grinzosa, difficile da mangiare, perché serve uno schiaccianoci. Però, se cambi il contesto, anche la noce è seducente: dà quel tocco speciale a una macedonia, ad esempio… serve creatività per superare i deficit!

E molta forza, immagino. Lei dove la trova?

Ci sono stati due elementi fondamentali: i miei genitori, che mi hanno dato delle microflebo di fiducia, e Dio, che me ne ha data in macrodosi. Io sono cattolico, e dico sempre che non sono io a credere in Dio, ma lui a credere in me!

In un suo libro definisce la sua una vita “meravigliosa”. Merito di un sogno realizzato?

No, no! Non mi ero mai immaginato niente di particolare, non sognavo nemmeno di fare lo scrittore, il giornalista o l’insegnante. Allo stesso modo, da adesso in poi “è tutto grasso che cola”, nel senso che sono aperto a tutto quello che mi potrà succedere…

Che cosa le piace, al di là del suo lavoro?

Ascoltare musica: il mio cantante preferito è Springsteen, ma mi piacciono anche i Police, i Rolling Stones e, tra gli italiani, Elio e le Storie Tese. E poi guardare le partite del Milan: sulla carrozzina ho anche la figurina di Gattuso. Ma tengo a precisare, dato che siamo in campagna elettorale, che sono milanista dai tempi di Rivera!

E che cosa, invece, le dà fastidio non poter fare da solo?

Nulla di particolare. Ovviamente non è che io sia sempre felice, le difficoltà ce le ho anch’io. Ma le difficoltà rendono la vita interessante. Senza, la vita sarebbe noiosa!


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